La Catalogna dice no alla corrida
TRA POLITICA E BUSINESS Dietro la decisione, sostenuta dal partito socialista locale, spinte indipendentiste sempre più forti. L'abolizione costerà 300 milioni
MADRID. Dal nostro corrispondente
Decisione storica in Catalogna: a partire dal primo gennaio del 2012, le corride saranno proibite. Non ci saranno più banderilleros, "veroniche", cariche di tori ansimanti da 600 chili, orecchie tagliate in omaggio al torero. Lo spettacolo è finito. Ieri il Parlamento con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astenuti, ha infatti deciso di approvare la proposta di legge, nata due anni fa su iniziativa popolare con la raccolta di 180mila firme, che abolisce quest'arte secolare, simbolo della cultura più profonda del paese.
Determinante, nel varo di questa legge, è stato l'appoggio del Psc, il partito socialista catalano, mentre i popolari hanno votato contro. Una sentenza che spacca in due l'opinione pubblica spagnola, ma anche il paese (è infatti impensabile che in regioni come l'Andalusia o Castilla-La Mancha le corride vengano abolite) e che potrebbe avere conseguenze politiche rilevanti.
Insomma, ancora una volta la Catalogna va controcorrente, cercando di marcare il territorio e di differenziarsi dal resto della Spagna. Un'altra spina nel fianco del premier José Luis Zapatero dopo che il tribunale costituzionale un mese fa (proprio il 28 giugno), aveva frenato le spinte indipendentiste della Catalogna ridimensionando il testo del nuovo statuto regionale, impugnato anni prima dal Partito popolare, là dove si dice che il termine nazione non ha alcun valore legale. Quanto basta perché un milione di catalani, il 10 luglio scorso, abbia invaso il centro di Barcellona per protestare contro la sentenza del tribunale, per riaffermare l'indipendenza della regione e la sua distanza dalla capitale, Madrid.
Insofferenza, quella catalana, che negli ultimi mesi si è concretizzata anche in numerosi referendum (peraltro non ufficiali) in alcuni comuni della "cintura" barcellonese, in cui si chiede espressamente il voto a favore dell'indipendenza dalla Spagna. Spina nel fianco anche perché l'appoggio dei catalani al governo sarà determinante in autunno per il varo della finanziaria 2011, "pietra angolare" del risanamento dei conti pubblici spagnoli. Un budget di austerità e rigore che richiederà sacrifici alle regioni (in termini di taglio del disavanzo), ai dipendenti pubblici e che prevede un importante aumento della pressione fiscale.
Il tutto, in un clima di estrema incertezza, dato che in Catalogna, prima della fine dell'anno, sono previste nuove elezioni regionali che potrebbero cambiare l'assetto politico di questa importante autonomia. Come a dire che i prossimi mesi saranno determinanti per verificare la tenuta del governo e se Zapatero potrà continuare a guidare il paese fino al termine della legislatura prevista nella primavera del 2012.
«Banderillas negras en Cataluna», titolava l'altro giorno il quotidiano "El Pais", per spiegare che nella regione le campane a morto nei confronti delle corride erano già state suonate nel 1988, quando il parlamento promulgò la legge di protezione degli animali che di fatto poneva importanti limitazioni alle celebrazioni delle feste taurine, e nel 2005 quando il comune di Barcellona decise di dichiarare la capitale catalana, «città antitaurina».
Sarà anche vero che le corride a Barcellona da anni non fanno più il tutto esaurito e che di fatto è rimasta attiva una sola arena (la Monumental), ma è anche vero che nella regione, soprattutto per quanto riguarda la valle dell'Ebro, le feste popolari taurine (correbous) si contano a decine e aiutano non poco a ravvivare la bilancia turistica della regione. Non a caso si calcola che l'abolizione delle corride in Catalogna avrebbe un costo di 300 milioni di euro.
Mentre a livello nazionale si stima che i tori movimentino (tra corride, allevamenti, commercio, turismo) qualcosa come circa 3 miliardi di euro all'anno e siano 150mila gli addetti occupati nel settore. Rappresentando così una voce importante nella creazione della ricchezza del paese. Anche se nel 2009(ultimi dati disponibili) in Spagna ci sono state 1.433 corride, il 23% in meno rispetto al 2008. La dimostrazione che la crisi ha colpito duramente il settore (molti piccoli comuni hanno infatti deciso di abolire le fiestas per problemi di quadratura del bilancio), ma anche un segnale inequivocabile del fatto che i gusti degli spagnoli (giovani e vecchi) cambiano e ci sono sempre meno aficionados alle corride. Tant'è vero che sarebbero non meno di 4mila i tori in eccedenza e quindi, di fatto, disoccupati.
Al di là di queste considerazioni, il voto espresso ieri dalla Catalogna (la seconda regione dopo le isole Canarie che nel 1991 si è pronunciata contro le corride), potrebbe fare da volano alla ribellione di altre autonomie. Anche se nel marzo di quest'anno, alcune regioni governate dai popolari, Madrid, Valencia e Murcia, hanno avanzato proposte a livello regionale perché le corride siano in futuro protette e quindi dichiarate «beni di interesse culturale».
Una iniziativa che ieri il leader dei popolari, Mariano Rajoy, ha deciso di estendere a livello nazionale, chiedendo al governo di riconoscere l'aspetto culturale delle fiestas dei tori e quindi il ripristino delle corride anche in Catalogna. Del resto, secondo il Pp, è singolare che si boccino le corride e non la pesca e la caccia. Come a dire che il dibattito è passato dalle arene dei tori a quelle culturali e ai recinti politici del parlamento.
Non a caso, ieri, sono state innumerevoli le reazioni dei pro e dei contrari alle corride. Come Brigitte Bardot, in campo a favore dei diritti degli animali, che ha parlato di «vittoria della democrazia e della dignità sulla crudeltà». Contestata ovviamente da allevatori e da toreri, convinti sostenitori della bellezza e dell'eleganza del duello cavalleresco fra uomo e toro. Di Michele Calcaterra -- Fonte: Il Sole 24 Ore Pag. 14












































